Ma che cos’è, poi, l’obesità?

Tutti noi abbiamo perfettamente in mente l’immagine di una persona obesa. Ma sapremmo dire che cos’è l’obesità? Cerchiamo di capire che cosa ci dice la scienza in merito e di sfatare qualche concezione errata.

Nel mio blog cerco di dare un gran risalto alla chirurgia bariatrica e ad ogni trattamento di questa condizione ma nella mia attività di tutti i giorni, in ospedale, negli ambulatori ma anche fuori, parlando con la gente, mi rendo conto sempre di più che è importante avere le idee chiare sulla semplice definizione di #obesità, di come non si possa dare affatto per scontato che tutti sappiano cosa sia. Così, i pregiudizi hanno spesso via libera e a volte è evidente che neppure coloro che ne soffrono direttamente abbiano le idee chiare su questi aspetti.

La condizione che chiamiamo obesità affligge oltre 650 milioni di persone nel mondo e più del doppio sono coloro in sovrappeso. La sua diffusione è triplicata negli ultimi 40 anni rendendola uno dei principali problemi di salute della nostra epoca. Sono dati che possiamo facilmente leggere sul sito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che dedica a questo tema una considerevole parte della sua attività in tutte le regioni del mondo.

Quali sono le cause dell’obesità?

Il dibattito su questo tema è uno dei più accesi e complessi della medicina moderna: alcuni indicano che l’obesità si diffonde principalmente come una conseguenza di modifiche dell’ambiente che ci circonda e delle condizioni di vita della nostra era. I cambiamenti nei nostri modelli alimentari, la pronta disponibilità di cibi altamente calorici, le condizioni sociali che condizionano l’alimentazione, la globalizzazione e la diffusione del benessere che esportano in tutto il mondo modelli di vita che inducono all’iperalimentazione, la riduzione delle attività fisiche quotidiane e tanti altri fattori che sono grado di cambiare il rapporto tra ciò quanto si mangia e quanto si consuma favorendo, quindi, l’accumulo di grasso. Altri, però, puntano l’attenzione sugli aspetti genetici caratteristici dell’obesità (correlati, cioè, ai geni che ognuno di noi ha ereditato), e a quelli epigenetici (concetto complesso che indica alcune modifiche che non cambiano la sequenza del nostro DNA ma ne alterano la funzione), biologici, fisiologici, neurologici ed ormonali. Tutto questo insieme di fattori rende chiaro che l’obesità debba essere considerata una vera e propria malattia. In pratica l’eccessiva alimentazione dipende da questi fattori e non viceversa.

La verità probabilmente, come spesso accade, sta nel mezzo. La epidemia globale di questa malattia è dovuta all’interazione di numerose delle diverse cause che abbiamo brevemente descritto, in un mix complesso che, verosimilmente, è a sua volta diverso da regione a regione, e perfino da individuo a individuo. Ad ogni perdita peso consegue un nuovo accumulo di grasso mantenendo un livello tale da non consentire un normale funzionamento dell’organismo.

Sappiamo che il piacere ricevuto dal cibo è ridotto rispetto a coloro che non sono obesi; studi scientifici dimostrano che esistono molte alterazioni di proteine e ormoni, e della risposta a molte delle sostanze che normalmente regolano il nostro organismo, e poi cause educative, emozionali, traumatiche, sociali, neurologiche. Sappiamo anche che non tutte le persone che vivono con l’obesità hanno le stesse alterazioni: uno studio aveva evidenziato già nel 2007 più di 100 diversi fattori genetici, biologici, psicologici, ambientali e sociali che contribuiscono all’obesità.

Discriminazioni e luoghi comuni

In mezzo a questo dibattito, però; in tutta la complessità di una condizione che è una malattia, ma al tempo è un fattore di rischio per un insieme di altre malattie (pensate al diabete, alla pressione alta, aumento del colesterolo, cardiopatie, tumori e chi più ne ha più ne metta), di una situazione biologica risultante di moltissimi fattori che si intrecciano tra loro in un dedalo unico per ogni individuo, spicca la semplicità della diffusa visione convenzionale della persona obesa che viene considerata, da molti, non come affetta da un rilevante problema di salute dovuto a dei meccanismi biologici che mantengono il peso corporeo ad un livello troppo alto ma, piuttosto, come vittima di una sua presunta mancanza di volontà, della pigrizia e della concessione al piaceri della tavola. Quante volte abbiamo sentito dire: “basterebbe chiudere la bocca”, “ci vuole un po’ di volontà”, “volere è potere” “gli piace troppo mangiare”, sottintendendo che è la persona obesa stessa ad aver creato e a voler mantenere quello stato! A differenza di ogni malattia l’attenzione viene quindi puntata sulla responsabilità personale dell’individuo che vive con questa condizione; in barba a tutto quello che il progresso scientifico ci ha mostrato sull’obesità.

Da questa errata concezione deriva lo “stigma”, il forte sentimento di disapprovazione verso l’obeso ed i suoi comportamenti, che è un tutt’uno con le azioni volte all’irrisione e la discriminazione. Spesso questo stigma è così diffuso che le stesse persone affette da obesità se ne fanno interpreti, arrivando a convincersi che la causa dei loro problemi risiede nei propri comportamenti, di essere dei falliti, di costituire motivo di dolore per i propri familiari. E’ anche naturale che a questo conseguano sentimenti di vergogna, comportamenti di isolamento, di evitamento e lo sviluppo di veri e propri disturbi psichici. Tutto ciò può innescare dei meccanismi biologici, emozionali e comportamentali che contribuiscono, a loro volta, a peggiorare la salute e il metabolismo e ad aumentare ulteriormente l’accumulo adiposo.

Lo stigma è, di fatto una malattia nella malattia: stimolato dall’eccesso di peso è, a sua volta, una causa di accumulo di peso; un circolo vizioso che noi, operatori sanitari, dovremmo contribuire a spezzare spiegando chiaramente che l’obesità è una malattia, non un fatto estetico, che la volontà individuale ha veramente poco a che vedere con la sua cura e cercando, insieme con l’interessato, la strada per uscire definitivamente da questa condizione. Al contrario troppo spesso siamo noi stessi a perpetuare questo assioma perché non siamo sufficientemente preparati ad affrontare questo complesso problema.

Stigma e chirurgia bariatrica

Un aspetto particolare dello stigma è quello che si rivolge contro la chirurgia bariatrica. E’ ormai chiaramente dimostrato da tutta la letteratura scientifica che la chirurgia è l’unico mezzo oggi a nostra disposizione per ottenere un superamento permanente dell’obesità. Ne troveremo altri? Può darsi, ma all’orizzonte non ci sono. La “dieta” di per sé, lo dice la letteratura scientifica, è in grado, sì, di ridurre momentaneamente il nostro peso, ma è largamente inefficace a lungo termine. Infatti, una volta che un peso è stato raggiunto, l’organismo resiste ad ogni sua diminuzione facendo calare l’efficienza del metabolismo e aumentare il senso di fame; è quindi necessario stabilire un meccanismo che contrasti permanentemente questa alterazione e non si limiti a far dimagrire. Eppure i medici che indirizzano le persone obese ad un ambulatorio di chirurgia bariatrica per prendere in considerazione una sleeve gastrectomy o un bypass gastrico sono pochi; al contrario spesso si sente dire “il mio medico me lo ha sconsigliato” oppure “il mio medico è contrario a queste cose”, come se un intervento chirurgico fosse un fatto religioso o filosofico al quale essere “favorevole” o “contrario”.

Questo modo di vedere l’obesità affonda nella scarsa comprensione, anche da parte di molti colleghi, degli aspetti fisiopatologici dell’obesità, molti dei quali sono emersi nella ricerca degli ultimi anni e non facevano parte, quindi, della formazione della maggior parte dei medici oggi in attività. In due studi pubblicati nell’ultimo anno sono state condotte interviste a medici che hanno detto di ritenere che le tre più importanti cause dell’obesità siano gli eccessi alimentari, l’inattività fisica e la dieta ricca di grassi. Questi studi dimostrano che la comprensione della malattia, anche da parte dei professionisti, è spesso piuttosto superficiale ed incompleta; su questo terreno prospera il pregiudizio. L’essere pregiudizialmente sfavorevole ad una soluzione scientificamente approvata è il frutto di un aspetto particolare dello stigma: “sono contrario – sembrano dire – perché l’obesità è tutta una questione della tua volontà e non ti dovresti sottoporre alla chirurgia perché non hai la volontà di fare quel che deve essere fatto (cioè chiudere la bocca…)”. Sembra quasi un intervento estetico “del quale si potrebbe fare a meno”. Sono molti coloro che arrivano al mio ambulatorio senza averlo detto al proprio medico e, spesso, neppure ai familiari più stretti dai quali sono sicuri di ricevere solo disapprovazione.

Torneremo ancora su questi aspetti. Per lottare contro una delle epidemie più diffuse e pericolose del nostro tempo non basta il progresso scientifico, non basta l’organizzazione dei servizi sanitari né gli sforzi degli organismi internazionali. E’ necessaria la collaborazione di tutti per superare quella malattia nella malattia che è costituito dalla discriminazione.

 

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