Le persone con obesità hanno un maggior rischio di subire gravi conseguenze da una infezione con coronavirus? Da quando sono usciti i primi studi che mettono in correlazione obesità e coronavirus, sono nate due principali correnti tra i commentatori. La prima prende in considerazione questi dati per lanciare un richiamo alla massima attenzione a salvaguardia di coloro che risultano essere maggiormente a rischio. La seconda, invece, considera che i risultati degli studi devono essere presi con le molle e la loro interpretazione è frutto dell’abituale discriminazione verso le persone obese.
In questo post voglio dire come la penso, non senza, però, aver approfondito fatti ed opinioni riportati da entrambe le parti.
Ricorderete un mio precedente intervento su questo argomento non appena erano stati resi noti i primi risultati di studi scientifici che riferivano di una correlazione tra obesità e maggior rischio di aver bisogno della terapia intensiva. L’avvertimento era: se sei obeso abbi una particolare cura nel rispettare tutte quelle misure dirette ad evitare ogni possibilità di contagio. Un altro messaggio che emerge da questi studi è per i medici: se hai di fronte una persona affetta da COVID-19 ed anche obesa, sappi che devi prestare una attenzione particolare.
Il rischio coronavirus per gli obesi: che cosa ci dice la scienza?
Non si può prendere posizione su una cosa così importante senza conoscere i fatti. Cerchiamo, quindi, di esaminare (pur con la estrema sintesi che un blog richiede) quello che gli studi scientifici fino ad oggi hanno detto.
Il primo studio che voglio citare viene dalla Cina e riguarda 383 pazienti ricoverati per COVID-19 a Shenzen: i pazienti obesi hanno evidenziato un rischio di sviluppare la polmonite interstiziale di quasi due volte e mezzo superiore ai non obesi. Se poi erano maschi questo rischio saliva a 5,70 volte.
Uno studio francese, pubblicato nell’Aprile 2020 si è concentrato, invece, sul rischio di avere necessità del supporto di un ventilatore automatico per poter continuare a respirare. La proporzione di pazienti che hanno avuto bisogno di un ventilatore polmonare cresce con l’aumentare dell’indice di massa corporea (BMI) ed è massima per coloro che hanno un BMI superiore a 35 (ricordiamo che si definisce obeso chi ha un BMI superiore a 30): l’86% dei loro pazienti con un indice di massa corporea di 35 o superiore ha richiesto la ventilazione artificiale ed il rischio rispetto a coloro che sono normopeso è superiore di oltre 7 volte. Inoltre, se confrontati ai pazienti ricoverati prima dell’emergenza, quelli con COVID-19 sono obesi in misura molto maggiore. I risultati rimangono significativi anche escludendo l’influsso di fattori come diabete ed ipertensione che, nelle persone con obesità, sono naturalmente più frequenti.
Uno studio americano su oltre 3.600 pazienti, ha poi visto che i pazienti obesi con un’età inferiore ai 60 anni hanno una probabilità di essere ricoverati in terapia intensiva superiore di 1,8 volte rispetto ai non obesi di pari età; il rischio sale a 3,6 volte se il loro BMI è superiore a 35. Un secondo studio, sempre nell’area di New York, ha esaminato oltre 4.000 pazienti concludendo che lo stato di obesità grave è risultato essere uno dei maggiori determinanti per la necessità di un ricovero, secondo solo all’età superiore ai 65 anni. Un terzo studio proveniente dall’area di New York è stato pubblicato sulla prestigiosissima rivista scientifica JAMA e riguarda 5.700 pazienti ricoverati in 12 ospedali dell’area newyorkese. Ancora una volta le condizioni maggiormente presenti all’ingresso in ospedale dei pazienti COVID-19 sono risultate ipertensione (56,6%), obesità (41,7%) e diabete (33,8%). Per interpretare questo dato dobbiamo sapere che la percentuale di persone con obesità nella città di New York è del 22,9%, quelle con diabete sono pari all’11% (dati ufficiali del Dipartimento della Salute dello Stato di New York).
Un altro recentissimo grande studio, stavolta proveniente dal Regno Unito, ha esaminato la bellezza di 16.749 pazienti affetti da COVID-19 di 166 ospedali britannici. Il quadro che ne emerge conferma quanto già abbiamo visto: il maggior fattore di rischio rimane l’età, seguito dall’obesità che aumenta il rischio di morire di questa malattia del 37%.
Gli ultimi dati che vi voglio proporre sono stati pubblicati in una lettera sul Lancet proprio ieri e provengono da sei tra le più prestigiose università americane. Questi colleghi hanno messo in evidenza che i pazienti più giovani ricoverati in terapia intensiva per il coronavirus avevano una maggior probabilità di essere obesi rispetto a quelli più anziani.
Intendiamoci bene: come ho detto altre volte, i risultati della letteratura scientifica vanno esaminati con cura e interpretati con attenzione. Il breve riassunto che vi ho fatto non può tener conto di tanti dettagli ed ognuno di questi studi ha, senza dubbio, anche i suoi punti deboli. Tuttavia ne emerge un quadro tale da sottolineare almeno l’importanza di essere estremamente cauti se siamo costretti a convivere con il problema “obesità”. In questo senso si è espresso anche il prestigioso organismo americano “Center for Disease Control” che ha incluso l’obesità tra i 10 fattori di rischio per lo sviluppo di gravi conseguenze in seguito all’infezione da coronavirus.
Bisogna anche dire che molti di questi risultati non ci sorprendono: sappiamo già che l’obesità comporta un maggior rischio di diabete ed ipertensione (che a loro volta sono fattori di rischio anche per le conseguenze dell’infezione da coronavirus), che la funzione respiratoria è resa difficile dall’aumento dell’adiposità e che l’obesità comporta già di per sé uno stato infiammatorio generalizzato. Molti dei dati che abbiamo visto possono essere interpretati come una conferma di tutto ciò.
Alcuni però vedono la cosa in modo diverso.
Obesità e covid-19: il rischio è reale o dovuto ad una discriminazione?
Già poco dopo l’uscita dei primi studi che abbiamo citato, la nota rivista generalista online “Wired” pubblicava un articolo firmato da Christie Warrison dal titolo “Covid-19 Does Not Discriminate by Body Weight” (cioè “Il Covid-19 non discrimina per peso corporeo”) mettendo in relazione alcuni dei dati scientifici riportati più sopra, con il problema che abbiamo indicato come “stigma” in un post di qualche giorno fa. Il sottotitolo chiarisce che, secondo l’autrice, l’affermazione che “le persone con un alto BMI abbiano un maggior rischio di morire di coronavirus è grossolanamente esagerata”. Secondo l’articolo, i dati stessi e la loro interpretazione, sono frutto proprio di quel fenomeno di discriminazione verso le persone con obesità che è ben noto e che, indubbiamente, rappresenta un problema rilevante. La retorica che “coloro che sono sovrappeso devono veramente essere cauti” sarebbe “basata su una evidenza viziata e limitata”. In pratica non c’è da trarre conclusioni affrettate, afferma l’autrice, da ricerche che sono preliminari e descrittive, su campioni a volte piccoli. Il principale difetto di questi studi consisterebbe nel non tener conto di altri fattori che influiscono sulla salute come le diseguaglianze sociali e neppure della più comune presenza di diabete ed ipertensione negli obesi. Uno degli aspetti che trovo più interessanti di quest’articolo è che lasci intendere che il peso stesso potrebbe essere un fattore che i medici tengono in considerazione quando decidono di ricoverare un paziente o di trattarlo in una terapia intensiva. Tecnicamente questa particolare osservazione è corretta: se è vero che i pazienti obesi hanno una probabilità maggiore di essere ricoverati o essere intubati, si potrebbe pensare che questo sia causato non dalla maggior gravità della loro malattia ma, piuttosto, da una forma di discriminazione che potrebbe portare il personale sanitario a considerare con maggiore attenzione il ricovero di un paziente con un BMI maggiore proprio perché è obeso. Da quando l’American Medical Association ha incluso l’obesità tra le malattie (cosa che, mi sembra di capire, l’autrice non condivide), continua l’articolo, un paziente obeso ha maggiori probabilità di essere ricoverato solo per il fatto di essere considerato come una persona la cui salute è più compromessa. E’ una questione molto sottile: il clinico sceglie il ricovero per quel paziente perché è preoccupato per un reale rischio o soltanto perché è influenzato dal comune pregiudizio?
Con quest’articolo Wired da legittimamente voce a gruppi di attivisti ed associazioni che non considerano il peso o l’indice di massa corporea come dei segnali di cattiva salute, e che sottolineano i rischi della discriminazione verso le persone di maggior peso come assai peggiori di quelli connessi al peso stesso. Un’altra rivista online, “health.com“, riprende l’articolo di Christy Harrison e ne esamina nuovamente le motivazioni con altri esponenti di questo punto di vista. I fattori che influiscono sulla salute delle persone di alto peso – sottolineano – sono talmente complessi ed interdipendenti tra loro che è molto difficile determinare quale sia la causa e quale la conseguenza.
Non ignoriamo i dati
Questi gruppi di attivisti hanno una preoccupazione legittima: l’essere indicati come persone a maggior rischio può comportare una maggior discriminazione: “ti ammali perché è colpa tua” o, più semplicemente, essere automaticamente considerati come persone con minori probabilità di sopravvivenza e pertanto non essere trattati come gli altri anche di fronte a questa emergenza. Teoricamente – dicono – esiste addirittura il rischio di essere scartati dall’impiego di un ventilatore qualora ci dovesse essere una sproporzione tra mezzi e pazienti che ne necessitano.
Capisco perfettamente queste preoccupazioni, la discriminazione dovuta al peso è un fenomeno estremamente rilevante, sbagliato e che va combattuto con ogni mezzo. Questo però non ci deve indurre a ignorare o trascurare i dati che abbiamo a disposizione. Alcune delle obiezioni che abbiamo visto sembrano più il tentativo di minare la fiducia nella ricerca piuttosto che di contribuire al suo progresso e miglioramento. Se è vero, come dice Christy Harrison, che bisogna discernere il rischio dovuto all’obesità di per se stessa da quello legato al diabete e all’ipertensione (e, comunque, qualcuno degli studi si è preoccupato anche di questo aspetto), non possiamo dimenticare che proprio perché queste condizioni sono strettamente legate tra loro, chi ne è affetto è a maggior rischio, e poco importa se questo sia dovuto all’uno o all’altro fattore. Se è vero che le diseguaglianze sociali hanno un peso rilevante nella salute delle persone obese, questo non significa che per questo sono più sane ma solo che la loro salute è sottoposta ad una pressione ulteriore. I dati, poi, ci dicono che i pazienti con obesità vengono trattati in terapia intensiva più frequentemente, e non meno come alcuni sembrano temere. Coloro che difendono i diritti delle persone obese non fanno certo loro un favore nell’affermare che le cautele suggerite per loro dagli organismi nazionali ed internazionali sono “esagerate”. Farebbero meglio a chiedere che i sistemi sanitari si occupino maggiormente della cura di condizioni che, nonostante la loro enorme rilevanza, sono ancora trattate in modo troppo marginale anche a causa della discriminazione di cui parliamo, e che le persone obese abbiano diritto a maggiori cure.
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