Obesità e chirurgia bariatrica: i 3 volti della discriminazione

Abbiamo scritto altre volte sulla discriminazione nei confronti dell’obesità e, soprattutto, delle persone obese. E’ un fenomeno estremamente diffuso in tutto il mondo, basato su alcuni luoghi comuni privi di fondamento, che tende a gettare sulla stessa persona obesa la colpa del suo stato. Le conseguenze di questo stigma sociale, così comune, sono molte ed estremamente importanti. Vanno dall’auto-isolamento della persona obesa, alla depressione anche nelle sue forme più estreme, fino allo stesso peggioramento della malattia. Dal punto di vista sociale, poi, dietro la discriminazione si annida l’idea che sarebbe meglio spendere diversamente ciò che impieghiamo per curare l’obesità e le sue conseguenze.
Molto di ciò che facciamo noi chirurghi bariatrici rischia di non essere comprensibile se non approfondiamo questo fenomeno.

Oggi, quindi, voglio analizzare meglio tre aspetti diversi dello stigma nei confronti dell’obesità.

Di chi è la colpa dell’obesità?

E’ estremamente comune la visione convenzionale che una persona sia obesa semplicemente perché mangia molto di più di quello che dovrebbe. Sarebbero i piaceri della tavola che portano questa condizione e, naturalmente, la mancanza di volontà nel mangiare di meno. Poiché tutti sanno che il grasso si accumula mangiando tanto e muovendosi poco, l’obesità sarebbe la conseguenza del voler mangiare troppo e della pigrizia che impedirebbe di muoversi abbastanza. Moltissimi pensano che sarebbe sufficiente “un pizzico di volontà a trattenersi dal mangiar troppo” e il problema sarebbe risolto. Quindi sarebbe colpa della stessa persona obesa se si trova in quello stato! La scarsa volontà e la pigrizia costituirebbero la sua malattia e, soprattutto, la persona stessa sarebbe artefice del suo stato altrimenti…sarebbe assai semplice: “basterebbe chiudere la bocca” . Non una vittima di un problema, insomma, ma un irresponsabile, uno che non si vuol bene.

In questa erronea convinzione, quindi, l’obesità non è un rilevante problema di salute dovuto a dei meccanismi biologici che mantengono il peso corporeo ad un livello  troppo alto ma, piuttosto, la conseguenza di una personalità colpevolmente pigra e priva di volontà. Il peso eccessivo diventa, così, un segno di fallimento, di inadeguatezza. Ad ogni tentativo di dimagrire corrisponde un nuovo aumento di peso e, con esso, sale la vergogna per il fallimento.

Ma la ricerca scientifica sull’obesità è molto chiara nell’affermare che questi sono soltanto pregiudizi. In realtà, le cause dell’obesità sono molte e non hanno nulla a che vedere con la volontà della persona obesa. Già nel 2007 uno studio aveva enumerato oltre 100 cause che contribuiscono alla malattia delle quali probabilmente l’80% sono genetiche. L’organismo della persona obesa, per un insieme di ragioni di natura genetica, epigenetica, ormonale e metabolica è predisposto a mantenere una quantità di grasso superiore a quello che ci permette di mantenere una salute ottimale. A loro volta, su questa predisposizione agiscono le cause sociali, ambientali e psicologiche di una società che ha ridotto al minimo il lavoro manuale e reso il cibo sempre disponibile. Per chi è predisposto l’accumulo è ancora più facile e sappiamo che il perfino il piacere ricevuto dal cibo è ridotto rispetto a coloro che non sono obesi. L’organismo di una persona obesa è organizzato in modo da opporsi tenacemente ad ogni tentativo di abbassare il suo peso. Se non comprendiamo questo semplice fatto non riusciamo a capire molte delle cose che diciamo su obesità, diete e chirurgia bariatrica.

L’obesità è una vera malattia, non un difetto di volontà; sarebbe come pensare che il diabetico sia responsabile del suo stato perché mangia troppo zucchero! Tutti sappiamo che la glicemia nel diabete si alza per un difetto nel metabolismo dello zucchero, non certo per l’eccesso da parte di chi ne è affetto. Ci verrebbe mai in mente di dire che chi è anemico è responsabile del suo stato perché non mangia abbastanza broccoli che contengono ferro?

La discriminazione nei confronti della chirurgia bariatrica

I pregiudizi non si fermano a considerare la persona obesa come la causa stessa dei suoi mali.
Proprio il mettere in connessione l’obesità con la volontà individuale comporta un altro, più sottile, stigma “aggiuntivo” per chi si decide a ricorrere alla chirurgia bariatrica.

Sappiamo bene che la chirurgia è l’unica forma oggi nota in grado di portare ad una perdita di peso permanente. L’effetto, se non quello di abbassare il livello del peso che l’organismo è predisposto a mantenere, è comunque in grado di costruire un meccanismo per un suo controllo duraturo. Chi decide di affrontare il suo problema ricorrendo alla chirurgia bariatrica dovrebbe quindi, a ragione, essere considerato come qualcuno che ha preso in mano la propria situazione, ha compreso da che malattia è affetto, ha capito che le sue conseguenze possono essere estremamente severe (diabete, ipertensione, apnee notturne , tumori e molte altre complicazioni dell’obesità) e vuole, quindi, ottenere una cura della sua condizione. Un pochino come chi ha dolore addominale, si rende conto che il dolore deriva dalla presenza di calcoli nella colecisti e decide quindi di sottoporsi all’intervento di colecistectomia per curare la malattia e prevenirne le gravi possibili complicazioni.

Al contrario, troppo spesso, l’intervento chirurgico non è visto come la cura della malattia ma come il fallimento definitivo. Infatti, se l’obesità è il frutto della volontà, se basta mangiare di meno per risolvere il problema del peso, se hai fatto tante diete ma non sei mai riuscito a mantenere i risultati raggiunti ma, anzi, sei ingrassato sempre di più, ricorrere alla chirurgia certifica (in questa visione distorta) il fallimento tuo e della tua capacità di dominare te stesso. Secondo questo tipo di pregiudizio, si rivolgerebbe al chirurgo chi non è  in grado di fare da solo quello che andrebbe fatto! Non viene invece considerato che affrontare l’intervento è di per sé la testimonianza di chi manifesta la forza di saper scegliere per la propria salute. Un atto di responsabilità, altro che il fallimento di un irresponsabile!

Ecco che spesso, nei nostri ambulatori, parliamo con persone che, stanche dei multipli tentativi dietetici falliti hanno compreso che l’intervento chirurgico è la loro strada ma vengono da noi in segreto, pianificano di farsi operare ma lo terranno nascosto. Talvolta, addirittura, non lo dicono neppure ai familiari più stretti, al loro partner; oppure lo diranno, ma non ora…quando tutto sarà ormai organizzato. Hanno paura della riprovazione sociale, in questo caso, non tanto per il loro peso corporeo ma piuttosto per essere “stati costretti” a ricorrere al chirurgo per risolvere questo problema; non vogliono far pensare di aver “fallito” ogni tentativo, non possono affrontare di spiegare, ancora una volta, che è una scelta di forza e di responsabilità, non di debolezza. La cosa più triste è che molti di loro sanno che saranno proprio i loro familiari a non comprendere e anche a mettere loro i bastoni tra le ruote ed affrontano questa importante decisione da soli, proprio in un momento in cui l’aiuto sarebbe fondamentale.

L’intervento “ultima spiaggia”

Il terzo volto dello stigma è, se possibile, ancora più subdolo.
In questa forma di discriminazione si ammette che l’obesità sia una malattia e debba essere curata; si sa che l’intervento chirurgico è una forma efficace di trattamento in grado di apportare una significativa e duratura riduzione del peso corporeo; ma…se proprio si deve ricorrere “addirittura” a una sleeve gastrectomy o a un bendaggio gastrico, che almeno si sia fatto ogni tentativo possibile per dimagrire in un altro modo! Se proprio devi andare dal chirurgo, almeno fai un altro “serio” tentativo e se fallisci ancora vai pure!

Sotto sotto a questa concezione risiede una sottilissima forma di riprovazione che sottolinea, ancora una volta, che la soluzione sarebbe altrove. Si potrebbe mangiare di meno, si dovrebbe provare ancora una volta a mettersi “seriamente” a dieta (il che vuol dire che chi fallisce non sarebbe abbastanza serio!). L’intervento va bene…ma è solo l’ultima spiaggia!

Questo pregiudizio aggiunge, alla discriminazione verso la persona obesa (che deve ricorrere a questa “drastica” misura a causa della sua scarsa “serietà” nel perseguirne altre), anche una nota di disapprovazione nei confronti dello stesso atto terapeutico chirurgico che perde il ruolo di un concreto trattamento dalle solide basi scientifiche per assumere quello del “male minore”: una artificiosa modifica che apporta danni all’organismo (nell’idea che dà vita a questo luogo comune), una azione “pericolosa” ma che rimane una possibile ancora di salvezza per persone che non sono riuscite a risolvere il loro problema in un modo più “naturale”.

Questa forma di stigma è particolarmente insidiosa. Infatti, se è evidente che ogni intervento ha i suoi rischi, i suoi pericoli e le sue complicazioni (lo ripeto fino alla noia a tutti i miei pazienti) è anche vero che questo principio vale per tutta la chirurgia:  sottoporci ad un intervento chirurgico per una appendicite, dei calcoli alla colecisti o un’ernia inguinale reca con sé dei rischi e possibili complicazioni. Ma operarci per un’ernia non comporta la disapprovazione di chi ci circonda e nessuno mai andrebbe di nascosto dal chirurgo per farsi valutare per una colecistectomia laparoscopica. Perché mai l’operazione che facciamo per rimuovere un tumore dello stomaco è considerata diversamente da un bypass gastrico, che pure è tecnicamente molto simile? Semplice: se abbiamo un tumore l’intervento è ritenuto “necessario” mentre se ci dobbiamo operare per l’obesità il luogo comune è che la ragione sia una assenza di volontà nel trovare un’altra strada o, addirittura, un motivo estetico. Al contrario, l’intervento bariatrico è il trattamento di una importante malattia metabolica dalle gravissime conseguenze fisiche, psicologiche e sociali.

Esiste poi un rischio aggiuntivo. Numerosi studi scientifici hanno dimostrato che più precoce è l’intervento chirurgico bariatrico e maggiori saranno le probabilità di successo a lungo termine. Come per il diabete, intervenire in ritardo, rende la terapia meno efficace. Quando il circolo vizioso dei numerosi cicli di riduzione e successivo aumento del peso ha già creato molti danni, i risultati saranno più modesti e meno duraturi.

Ecco che lo stigma, anche in questa forma apparentemente più benevola, si oppone alla corretta ricerca della salute e del benessere per le persone obese alle quali, invece, dovrebbe essere garantita la massima considerazione e tutela.

Leggi anche: Ma che cos’è, poi, l’obesità?

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